MEMORIA E SACRIFICIO

«Egli [lo Spirito Santo] faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito…
Ipse nos tibi perfíciat munus ætérnum»
(Preghiera eucaristica III)

Introduzione

     Dando inizio alla celebrazione dell'Eucaristia, ancora prima di fare il segno della croce, colui che presiede, il prete, si inchina per venerare l'altare. Questo gesto così semplice e così eloquente, ci immerge immediatamente nell'abisso: nessuno può essere all'altezza dell'avvenimento che sta per essere celebrato. Perché questo altare sul quale io depongo un bacio è, nello stesso tempo, la mensa del Giovedì santo, la croce del Venerdì santo e la tomba dalla quale il Signore risorto è uscito vittorioso, libero e vincitore, nel mattino fragrante di Pasqua.

     Ad ogni Messa, in effetti, noi siamo contemporanei dell'insieme del Mistero pasquale di Gesù. Ogni sacerdote, quando compie questo gesto, si sente superato dall'avventura nella quale egli si getta con la comunità riunita.

Eucaristia e mistero pasquale

     Come fare per vivere, per tradurre in tutta l'azione liturgica (la preghiera, la predicazione, i canti, l'animazione, i diversi gesti simbolici) e nello stesso tempo la gioia della cena pasquale, il dramma del Golgota e il mistero del mattino della Risurrezione?

     - Noi siamo veramente accanto a Gesù, come quelli che lo circondavano la sera del Giovedì santo. È un meraviglioso momento di amicizia e di dolcezza. Dopo aver lavato i piedi dei suoi discepoli, il Signore spiega loro: «Io vi ho dato l'esempio perché come ho fatto io facciate anche voi» (Gv 13,15). Sì, l'umiltà è la regina di tutte le virtù e quelli che partecipano alla Messa comprendono, contemplando l'esempio dato dal Servo, che la loro vocazione è di servire, quale sia il loro stato di vita. Essi sentono anche che l'atmosfera della Chiesa è quella di una famiglia.

     - Ma l'Eucaristia ci rende anche contemporanei del Venerdì santo. È l'ora del sacrificio supremo, dove il Signore ha versato il suo sangue sulla croce per la remissione dei peccati. Gli Apostoli non hanno avuto il coraggio di seguirlo, malgrado le loro promesse di fedeltà. E visto che noi non siamo più bravi di loro, ricordandoci delle lacrime d'amarezza che hanno rigato il volto di Pietro dopo il suo rinnegamento, chiediamo la grazia di restare fedeli a Cristo anche nell'ora delle tenebre.

     - Infine, la celebrazione dell'Eucaristia è soprattutto il mistero del mattino di Pasqua. Sopra tanto odio ed ingiustizia, l'amore di Dio trionfa e il corpo di Gesù, vivente e risorto, sta davanti a noi. Egli porta ancora il segno delle sue piaghe; le porte del Regno si aprono e lo Spirito Santo ci è donato come una forza ed una sorgente di perdono. Anche se è ritornato presso il Padre suo, Gesù ci assicura che la sua presenza non verrà più a mancarci: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Memoria e presenza

     Dai Giudei noi abbiamo ereditato la nozione di "memoriale". Questa parola, nella Bibbia, non evoca soltanto un ricordo del passato, come quei monumenti che noi vediamo nelle nostre città o come la "Giornata della memoria", istituita a livello nazionale perché le giovani generazioni non perdano la memoria dei fatti significativi della loro storia nazionale. Per i giudei il memoriale (zikkaron) è un atto di fede nella presenza attiva ed agente di Dio che ci salva oggi come nel passato. Si legge nel Talmud: «Di generazione in generazione ciascuno di noi ha il dovere di considerarsi come uscito lui stesso dall'Egitto… Non sono soltanto i nostri padri che il Santo, sia benedetto, ha liberato, ma anche noi egli ci ha liberati» (Mishnah Pesahim 10,5).

     Il "memoriale" della Bibbia si apre un sentiero anche nel Nuovo Testamento e trova il suo culmine quando Gesù utilizza questa parola nell'istituzione dell'Eucaristia: «Fate questo in memoria di me» (1 Co 11,24). L'avvenimento del mistero pasquale è avvenuto a Gerusalemme, in un momento preciso della storia del popolo giudaico e dell'impero romano, ma trascende anche la storia. Esso traversa i continenti e i secoli e viene, come un atto eterno, a «toccare» ogni luogo dove l'Eucaristia è celebrata come «memoriale» della Pasqua del Signore.

     Così, anche se il mistero pasquale di Gesù si è svolto duemila anni or sono, i cristiani credono che ad ogni messa essi sono come gli Apostoli riuniti attorno al Signore per il pasto della Cena. Essi sono come Maria, ai piedi della croce, con qualche donna fedele ed il discepolo che Gesù amava; essi sono come i testimoni delle apparizioni di Gesù risorto. Essi credono, ma alcuni di loro sono presi dal dubbio; Gesù prende il tempo di rafforzare la loro fede attestando loro la verità della sua Risurrezione, allo stesso modo che egli ha fatto con i suoi discepoli, mostrando le sue piaghe gloriose o chiedendo loro di mangiare…

     A ragione si insegna ai ragazzi a dire, nel loro cuore, al momento dell'elevazione, le parole stesse che san Tommaso pronuncia nel suo atto di fede davanti al Signore, otto giorni dopo la Pasqua: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). In alcuni Paesi queste parole sono dette a voce alta. Forse, facendo attenzione alla divisione del capitolo 20 del Vangelo di Giovanni in due parti, femminile e maschile, si potrebbe insegnare alle bambine a dire nel loro cuore il «Rabbuni» (v. 16) di Maria di Magdala e ai bambini le parole di Tommaso.

Chi celebra questi misteri?

     Ricordiamo l'insegnamento del Signore nel suo discorso d'addio: «Non voi avete scelto me ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). In effetti, questa frase ha una importanza considerevole. Essa tocca l'insieme della nostra vocazione di discepoli di Cristo e può essere compresa in maniera precisa a proposito di qualsiasi sacramento:

     - Il matrimonio.
Perché, anche se si tratta di una decisione essenziale nella vita di un uomo e di una donna, non sono loro che si uniscono per contratto. Ma è Dio che li unisce, sigillando la loro unione nella sua Alleanza nuova ed eterna.

     - Il sacramento del perdono.
Anche se i cristiani hanno l'abitudine di dire: «Vado a confessarmi», non siamo noi che otteniamo la vittoria contro i nostri peccati confessandoli; è il Signore che li perdona e ci rende la santità del nostro Battesimo. Mentre l'uomo fa tre o quattro passi - magari anche costosi - per andare incontro a Dio, il Signore ne fa diecimila per discendere nelle nostre tenebre, al fine di guarirci e di salvarci.

     - La confermazione.
Spesso si sentono i giovani che dicono: «Voglio confermare gli impegni che i miei genitori hanno preso quando sono stato battezzato». Siano benedetti per la bella testimonianza che offrono impegnandosi in questo modo. Ma questo non è l'essenziale. Gesù spiega agli apostoli, prima della Pentecoste, che sarà Dio a confermarli: «Riceverete forza dallo Spirito Santo che verrà su di voi e mi sarete testimoni…» (At 1,8).

     - In questo modo possiamo vedere come tutto ciò si applica al sacramento dell' Eucaristia. Colui che dice: «Vado a Messa», esprime una decisione libera e convinta. Dà testimonianza della sua appartenenza alla Chiesa e della sua fedeltà. Ma la verità di questo sacramento è che Dio ci invita nella sua casa per istruirci con la sua Parola, ci fa sedere alla sua mensa per nutrirci con il suo Pane. L'Eucaristia è, nello stesso tempo, il pane del cammino e l'invito al banchetto del Regno.

Così quando il celebrante ed i fedeli si sentono indegni di celebrare dell'Eucaristia, che non perdano la fiducia! Il vero celebrante è Gesù stesso. Parafrasando Paolo che scrive: «Non sono più io che vivo ma il Cristo che vive in me» (Gal 2,20), i preti potrebbero dire: «Non sono io, è il Cristo che celebra questa Eucaristia».

Certo, noi celebriamo la messa ogni giorno, conosciamo il Messale e i riti che cerchiamo di rispettare al meglio. Ma nello stesso tempo, noi non possiamo mai farci l'abitudine. La celebrazione dell'Eucaristia è un'avventura che ci sovrasterà sempre, una verità che non comprenderemo mai completamente. Essa è anche un luogo dove io sono sicuro di non sbagliarmi, perché è il Cristo stesso che mi invita a vivere con Lui e in Lui il sacrificio che egli offre al Padre.

Che cosa è un sacrificio?

     Sono numerose le espressioni utilizzate per parlare dell'Eucaristia. Alcune ricordano la cena del Giovedì santo (Santa Cena, Sinassi), altre evocano il giorno di Pasqua (il Banchetto del Regno, il Sacramento della presenza reale…), altre ancora ci collocano ai piedi della croce (il Santo Sacrificio). Nel corso delle diverse epoche, i Padri della Chiesa, i teologi e le diverse famiglie spirituali hanno messo in valore l'uno o l'altro di questi tre momenti essenziali, ma l'importante è conservare tra di essi un certo equilibrio e far sì che la Risurrezione si riveli sempre fondamentale, poiché essa è il cuore della nostra fede.

     Nel tentativo di approfondire ogni pagina di questo trittico poniamoci ora la domanda: "Cos'è un sacrificio?". Questa parola è stata spesso presentata, ingabbiata, in un contesto di sofferenza e di privazione. Tuttavia il sacrificio non esclude la gioia; esso evoca un atteggiamento interiore di offerta che si vive altrettanto bene sia nei momenti di luce che nelle ore oscure. Nella Bibbia e nella Liturgia, si incontrano spesso espressioni come: "il sacrifico di un cuore affranto ed umiliato" o "il sacrificio di lode", "l'offerta delle nostre labbra"… Tutte cose che indicano che lode e sacrificio non appartengono necessariamente a due universi distanti tra di loro.

     La caratteristica del sacrificio, in realtà, è l'amore. Si tratta di un'offerta che si fa a qualcuno perché lo si ama. A Dio, anzitutto, si offrivano nel tempio dei sacrifici e degli olocausti in segno di adorazione. Certo, talvolta, i profeti si sono arrabbiati contro queste pratiche diventate formaliste e superficiali, vuotate della loro purezza originaria: "Io detesto, respingo le vostre feste… anche se voi mi offrite olocausti, io non gradisco i vostri doni… Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne" (Am 5,21-24).

     La logica di questo amore è comprensibile; essa è come un obbligo interiore che ci spinge a cercare di manifestare la nostra fiducia e la nostra riconoscenza a colui al quale dobbiamo tutto. Qui "obbligo" non ha, naturalmente niente a che vedere con una costrizione. Nella nostra lingua, le parole "dovere" e "obbligo" ("Mio dovere"… "Le sono molto obbligato"….) hanno conservato questo slancio interiore di gratitudine. Noi non esitiamo a sacrificare del tempo o dei soldi per donare un po' di gioia, a "fare il sacrificio" di un'attività che ci piace per rendere un servizio a qualcuno perché, secondo la bella espressione del linguaggio comune, "gli devo questo e altro". È come un debito di amore e di riconoscenza. Tutto ciò, anche se ci costa molto, ci sembra poco in rapporto a quello che abbiamo ricevuto, e contribuisce ad aumentare la nostra gioia. Questa offerta d'amore è talvolta vissuta nella gioia, ma non è bloccata dalla sofferenza.

     Permettetemi di prendere un esempio commovente di cui sono stato testimone nella mia vita sacerdotale. Una mamma aveva organizzato una bella festa per il compleanno di suo figlio di cinque anni. Vi aveva consacrato, si può dire sacrificato, molto tempo, attenzione e denaro. Aveva invitato molti bambini che avevano giocato, cantato, ballato e consumato una merenda meravigliosa. Un'occasione per manifestare in modo visibile l'amore materno. Una vita donata, una vita offerta per la gioia di un bambino conduce, evidentemente, a tutte queste attenzioni e delicatezze.

     Ma ecco che sei mesi più tardi, il bambino fu colpito da una leucemia. E la mamma si mise in congedo dal suo lavoro, rinunciò alle sue abituali attività, amicizie, distrazioni per correre da medici e ospedali e battersi come un leone accanto al suo piccolo. Sacrificò ogni cosa, soprattutto il sonno, per accompagnare il bambino nella sua lotta, per essergli sempre accanto, per cercare di vincere la malattia. Se era un sacrificio questa mamma non ci faceva caso perché il suo amore materno la portava ad essere presente fino allo sfinimento. Umanamente era una follia, o un atteggiamento eccessivo, ma non c'era verso di impedirglielo.

     Questa mamma ha vissuto nella stessa prospettiva interiore d'amore la gioia di una straordinaria festa di compleanno e la battaglia contro una malattia che, disgraziatamente, non è riuscita a vincere. Vedendola in quelle ore drammatiche, io pensavo al versetto che inizia solennemente la recita del Mistero pasquale: "Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1), fino all'estremo, fino alla follia.

Presenza, sacrificio, comunione

     Seguendo l'ordine cronologico degli avvenimenti secondo il racconto evangelico, noi troviamo tre parole chiave che riassumono il mistero dell'Eucaristia e tutta la nostra fede cristiana.

     Il Giovedì Santo ci mostra che la Chiesa è una famiglia dove noi riceviamo e impariamo la comunione.

     Il Venerdì Santo dirige il nostro sguardo verso Gesù crocifisso; il suo sacrificio è la salvezza del mondo.

     E la domenica di Pasqua ci manifesta la presenza di Gesù. La morte non ha avuto il sopravvento su di lui; essa non ha potuto tenerlo prigioniero. Dio l'ha risuscitato di tra i morti. Nella liturgia, tuttavia, noi viviamo questi momenti in un altro modo. Si può dire che l'ordine teologico e liturgico è l'inverso di quello cronologico.

     Spieghiamoci. Il centro e la colonna della nostra fede è la Risurrezione. Senza questa, dice san Paolo, il nostro messaggio è vuoto ed inutile la nostra fede (cf 1Co 15,14). Tutto il percorso della nostra vita cristiana si fonda su di essa, perché la presenza di Gesù risorto, la certezza della sua assistenza indefettibile alla Chiesa è per noi un conforto fondamentale, la base della «franchezza» ( parrèsia) che colpisce leggendo il libro degli Atti degli Apostoli.

     Se io ho la grazia della fede, cioé la convinzione interiore che la misericordia di Dio trionferà sempre nella vita dei suoi figli come in quella di Gesù, il Figlio prediletto, io sono pronto a sacrificare ogni cosa per lanciarmi nell'avventura dell'evangelizzazione.

     Essere un seminatore di gioia in questo mondo, annunciare agli uomini che essi sono salvati, che basta loro aprire le porte della loro vita a Cristo come chiedeva Giovanni Paolo II, è una vocazione magnifica, nonostante tutto ciò che può costarci. Ciascuno di noi è pronto a perdere ogni cosa per camminare su questa strada. La vittoria di Cristo ci dà il coraggio di seguirlo nel suo sacrificio. «Signore, dice il discepolo, poiché so che il Padre non ti ha abbandonato in potere della morte, allora anch'io sono pronto ad andare fino all'estremo dell'amore». Un giovane che riflette sulla scelta fondamentale della sua vita, intuisce, anche se confusamente, il costo che dovrà pagare perché l'amore è un fuoco divorante, un'esigenza senza fine. E la vita si incarica poi di farcene fare l'esperienza.

     La comunione è il frutto, il risultato.
     Quando Gesù è morto sulla croce, quelli che l'avevano condannato credevano di avere trionfato; pensavano che questa questione fosse giunta alla conclusione. Ora, invece, è successo esattamente il contrario. Proprio prima di morire Gesù ha visto aprirsi le porte del Regno. Finalmente diventa possibile la comunione tra Dio e gli uomini, anche per il peggiore dei criminali. Lui, Gesù, il «cuore puro» vede che anche il buon ladrone diventerà un figlio diletto: «Oggi tu sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). La comunione è il risultato dell'opera redentrice di Cristo (alla fine, i figli ritrovano l'amore del loro Padre) e ci è affidata affinché possa essere realizzata nella profondità del nostro cuore e nel mondo con l'atteggiamento degli «artigiani di pace».

La logica della celebrazione eucaristica

     Avete notato che dopo la liturgia della Parola, lo svolgimento della Preghiera Eucaristica è organizzato secondo questa logica? Quando noi ascoltiamo con fede il racconto dell'istituzione noi sappiamo che Gesù risorto è là, in mezzo a noi e, dopo la consacrazione, acclamiamo la sua presenza nell'anamnesi. L'Eucaristia è, anzitutto, il sacramento della presenza reale, della vittoria escatologica.

     Poi viene il tempo del sacrificio. Prima, la presentazione delle oblate era chiamata offertorio. Ora, dopo la riforma liturgica, l'offertorio è il momento che segue la consacrazione. La presenza di Cristo non ha niente di stereotipato; egli è lì, offerto al Padre ed offerto in sacrificio per noi. Egli presenta a Dio la sua vita e tutte le nostre vite nella sua. E nella preghiera eucaristica noi supplichiamo Dio di «guardare il sacrificio» della Chiesa per riconoscervi quello del suo Figlio. Anche noi ci offriamo per essere integrati, trascinati nel movimento eucaristico di Cristo: «Che lo Spirito Santo faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito». Nessuno dovrebbe partecipare alla Messa senza entrare interiormente nello slancio di «questa offerta viva e santa», per vivere «il sacrificio vivo e santo, il sacrificio perfetto».

     Condotti da Gesù all'incontro con il Padre, noi preghiamo con fiducia riprendendo le parole del Padre Nostro. Ed eccoci, infine, invitati a prendere posto alla mensa della comunione, per mangiare il Pane vivo disceso dal cielo. Noi formiamo un solo corpo, noi che mangiamo uno stesso pane.

     Riassumiamo dunque l'insieme di questo movimento in una formula chiara: Presenza, Sacrificio, Comunione.

     Poiché il Cristo risorto resta presente in mezzo a noi, noi avanziamo con sicurezza. Ci uniamo al suo sacrificio perché il mondo sia salvato. E la comunione è il risultato di questo sacrificio che non ci lascerà mai riposare. Tutti i figli di Dio devono poter ritrovare l'unità interiore, essere in pace con se stessi e all'interno delle loro famiglie, gioire di una vita sociale armoniosa e di una situazione politica pacifica. Questa è la logica della comunione e della nostra interminabile missione di «artigiani di pace» in questo mondo.

Una luce per la vita di tutti i discepoli di Cristo

     Nel momento in cui io spiego questo, ciascuno di voi sa che questo è anche l'orientamento fondamentale della sua vita, la verità ultima della sua esistenza. Ritorniamo sulle parole con le quali Gesù presenta il suo sacrificio: «Questo è il mio corpo dato per voi… Questo è il calice del mio sangue, il sangue dell'alleanza nuova ed eterna».

     Partecipare attivamente alla Messa è dire in ritorno al Signore le parole che abbiamo appena ascoltato: «Sì, Signore, poiché la tua vita è interamente offerta per noi, sappi che anche noi siamo donati per te e per gli latri, nel sacrificio della nuova ed eterna alleanza». Entrare nel movimento della Messa è vivere, ciascuno per sé e tutti insieme, l'atteggiamento interiore del sacrificio di Gesù.

    Ora, queste parole, che riassumono la vita di Gesù, corrispondono essenzialmente a ciò che vive ciascuno dei membri dell'assemblea.

     Cominciamo dal prete. Quando pronuncia il racconto dell'istituzione, egli parla in nome di Cristo ma dice anche l'essenziale della sua vita. Questo prete è qui, davanti all'assemblea, e la sua vita è interamente offerta per servire questa comunità. L'impegno al celibato richiesto nella Chiesa latina dà più forza e verità alla parola «Questo è il mio corpo dato per voi». Come Te, Signore, questo prete è una vita donata, una parola vivente per i suoi fratelli.

     È bello percorrere poi tutta l'assemblea e vedere che queste parole esprimono anche il cuore di ciò che vive ciascuno dei gruppi che la compongono. Per gli uni tutto è gioia; per gli altri, queste parole indicano una lotta o risvegliano una sofferenza. Ma per tutti, l'Eucaristia corrisponde alla grande avventura dell'amore nella loro vita.

     Guardiamo questa donna incinta che ridice al suo bambino le parole del Signore: «Questo è il mio corpo dato per te». E pensiamo al bambino che effettivamente, nel seno di sua madre, prende tutto ciò di cui ha bisogno per formare il suo corpo, fortificare la sua vita e progredire verso il giorno della sua nascita.

     Volgiamo il nostro sguardo verso gli sposi che vivono la Messa fianco a fianco. Con quale intensità, senza dubbio, essi ascoltano questa frase che ricorda il loro matrimonio, quel sacramento per mezzo del quale Dio li ha consegnati l'uno all'altro. Nell'offerta di Cristo essi comprendono sempre più , nel corso degli anni, a che punto «amare è donare tutto». L'Eucaristia li aiuta a rimettere la loro vita su solide fondamenta.

     E poi ecco i giovani che non hanno ancora compiuto la loro scelta di vita. Essi sanno, grazie a queste parole di Cristo che il giorno del dono del loro corpo deve corrispondere a quello del dono di tutta la loro vita, a uno sposo a una sposa se sono destinati al matrimonio; o al Signore se sono chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata. Comprendiamo che per essi tutto ciò è stupore e lotta. E sappiamo la forza di cui hanno bisogno, nel contesto attuale, per essere fedeli a questa chiamata del Cristo alla castità, e assicuriamo loro la nostra preghiera perché preparino con amore, fina dall'adolescenza, l'offerta di tutta la loro vita. I giovani della nuova generazione attendono una testimonianza chiara e stimolante da parte dei cristiani della loro età.

     Non bisogna dimenticare nella nostra assemblea coloro per i quali queste parole di offerta e di amore sono una sofferenza: le persone che vorrebbero sposarsi e non ne hanno ancora avuto la grazia, quelli che dubitano del loro corpo e non sanno a chi potrebbe essere donato, perché è ferito da un handicap o da altre ragioni. Anche i vedovi e le vedove, così come tutti coloro che sono stati lasciati, soffrono molto. Per tanti anni hanno vissuto la Messa con un congiunto… che ora non è più qui. Ed essi non sanno bene ora a chi è donato il loro corpo.

     Per tutti, nella gioia o nel dolore, il memoriale della Passione del Signore è un sacrificio d'amore, una offerta della vita. Fino alla fine.

     Nell'ora del sacrificio supremo il «Cristo ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» dice san Paolo (1Tim 6,13): per questo non possiamo dimenticarci dei nostri fratelli cristiani che, in numerosi Paesi, vivono ancora oggi il loro amore fino alle estreme conseguenze.

     Vorrei, per terminare, parlare dei nostri fratelli cristiani d'Algeria, e particolarmente dei monaci del monastero di Tibhirine, assassinati nella primavera del 1996. La loro presenza era un'offerta, semplice, discreta e compresa da tutti. E il loro sacrificio ha toccato il mondo intero. Presentare il cristianesimo senza croce o parlare del sacrificio eucaristico senza dire fino a dove esso può condurci, sarebbe una menzogna.

     L'anno scorso, monsignor Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, è venuto a predicare il ritiro dei preti della diocesi di Lione. Ci ha offerto una conversazione su «Eucaristia e martirio», parlando delle diciannove vittime che la Chiesa di Algeria ha conosciuto duranti gli anni oscuri della grande violenza islamica.. Certo, egli parlava degli altri, delle religiose, dei sacerdoti o monaci assassinati. Ma noi ascoltandolo, comprendevamo bene che anche lui sa che la sua vita, da più di quindici anni, e quotidianamente in pericolo. È in questo clima spirituale che e gli celebra l'Eucaristia ogni giorno. I martiri cristiani d'Algeria hanno dato la loro vita a causa di una fedeltà evangelica a un popolo cui Dio li ha inviati per servire e amare.

     Il Priore di Tibhirine, padre Christian de Chergé, aveva scritto: «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo, mi piacerebbe che la ia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese (l'Algeria)». Si può credere che egli dovesse pensare spesso agli algerini, quando pronunciava le parole della consacrazione: «Questo è il mio corpo dato per voi». Essi, i monaci, avevano tutti imparato l'arabo; fra Luc, monaco e medico, il più anziano della comunità di Tibhirine curava gratuitamente i malati della regione. Quando l'ambiente diventò pericoloso, essi scelsero di restare. Lo aveva spiegato mons. Pierre Clavarie, vescovo di Orano, poco prima di essere assassinato nell'autunno di quello stesso anno 1996: «Perché l'amore vinca sull'odio, bisognerà amare fino a dare la propria vita in una lotta quotidiana da cui lo stesso Gesù non è uscito indenne». Dopo la sua uccisione, nessun prete, nessun laico ha lasciato il suo posto nella diocesi di Orano. Secondo quanto egli aveva scritto un giorno: «Noi abbiamo annodato qui dei legami con gli algerini che nulla potrà distruggere, nemmeno la morte. In tutto ciò noi siamo discepoli di Cristo». Quando si ama un popolo, si continua a servirlo anche se va male; l'amore porta sempre con sé questa dimensione di offerta e sacrificio.

     Questo atteggiamento dei discepoli, venti secoli più tardi, ci aiuta a comprendere l'Eucaristia del Signore. Gesù attirava le folle quando guariva i malati e moltiplicava i pani; il popolo era sospeso alle sue labbra quando egli insegnava ogni giorno nel tempio (cf Lc 19,48). Ma nulla ha arrestato il movimento del suo amore, né l'avversità né il rifiuto, i complotti e le gelosie che hanno finito per condurlo alla morte ignobile della croce. Il buon pastore resta quando i lupi o i briganti entrano nell'ovile. Egli dona la sua vita per le sue pecore. La forza del suo amore ha superato ogni ostacolo. Nella sua contemplazione, san Paolo riassume l'insieme della vita di Cristo con queste parole: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi… non fu "sì" e "no", ma in lui c'è stato il "sì"» (2Cor 1,20).

     Abbattuti dalla morte così ingiusta di questo Innocente sulla croce, i discepoli sono stati ancora più sconvolti dalla risurrezione. Ecco la risposta che Dio dà al peccato degli uomini: egli apre le porte del Regno al suo Figlio prediletto, e ci promette che anche noi siamo attesi in questa dimora dove Gesù è andato «per prepararci un posto» (Gv 14,2). E in ogni Eucaristia, abitata da questa speranza, «noi annunciamo la morte del Signore finché egli venga».

Conclusione

     «Come il Padre ha amato me, anch'io ho amato voi» dice il Signore nel discorso dopo la Cena (Gv 15,9) che noi leggiamo come suo testamento spirituale. Questa frase possiamo metterla in parallelo con quella che Gesù pronuncia davanti agli Apostoli, nell'apparizione della sera di Pasqua: «Come il Padre ha mandato me, così anch'io mando voi» (Gv 20,21). I verbi «amare» e «inviare» sono intercambiabili in queste due frasi e in tutto il pensiero cristiano. La verità è che quando Dio ci ama, ci associa alla grande avventura della salvezza del mondo.

     La nostra missione è quella di amare. Ecco ciò che noi impariamo dalla vita del Signore e, in modo speciale, dal sacrificio della sua Eucaristia.

Card. Philippe Barbarin, archevêque de Lyon
© L'Eucharistie don de Dieu pour la vie du monde, CECC 2009.